Mutui in franchi svizzeri un infinito girone infernale

“Stipulare un mutuo e ritrovarsi all’improvvis in un girone infernale dal quale sembra impossibile uscire.  È successo a 10mila famiglie italiane sottoscrittrici, dagli inizi degli anni Novanta, di altrettanti contratti dei quali 5.300 erogati tra il 2007 e il 2008 tramite la britannica Barclays. Sono i mutui indicizzati al franco svizzero (CHF) erogati quasi sempre con scarsa chiarezza verso i consumatori: debito aumentato in maniera esponenziale rispetto a quanto ricevuto con oneri difficili da sostenere.

Ma cosa è successo? La valuta Svizzera ha subìto un apprezzamento sull’Euro negli anni successivi alle stipula consentendo alle banche di guadagnare cifre importanti e impoverendo i consumatori che vengono a conoscenza del danno al momento dell’estinzione anticipata.

Franca Berno nel 2007, per esempio, ….”.

Nell’allegato, il servizio uscito su “Pagina99”, novembre 2016.

 

 

 

Tavola calda

 

Al centro di una delicata discussione scientifica e politica tra chi lo considera innocuo, l’Autorità europea per la sicurezza alimentare, e chi “probabilmente cancerogeno” e quindi pericoloso per la salute, l’Agenzia per la ricerca sul cancro dell’Organizzazione mondiale della sanità. Il glifosato, l’erbicida sviluppato dalla Monsanto e rilevato in molti alimenti d’uso quotidiano, da tempo sul banco degli imputati, potrebbe avere i giorni contanti. Il 30 giugno la Commissione europea deciderà di rinnovare o no l’autorizzazione per il suo utilizzo?

Correva l’anno 1974. E la Monsanto, società nata nel 1901 a St. Louis, Missouri, nota soprattutto per la produzione di ogm, tirò fuori dal cilindro la parola magica che avrebbe dovuto mettere d’accordo in un colpo solo diserbanti e tutela dell’ambiente: glifosato, sostanza biodegradabile e non nociva per l’ambiente, assicuravano dalla società americana produttrice del Roundup che lo contiene e che ne fa il pesticida più venduto al mondo. Invece per molti agricoltori le tracce nel terreno ci sono, persino in quelli a coltivazione bio dove non viene usato. Così, in vista del 30 giugno, giorno della scadenza dell’autorizzazione per l’utilizzo in Europa nei prossimi 15 anni, si è scatenata una vera e propria bagarre al punto che la Commissione europea – che avrebbe dovuto decidere già nel 2012 – è rimasta paralizzata fino ad oggi.

“Il glifosato, l’erbicida della Monsanto rilevato in molti alimenti d’uso quotidiano, è da tempo sul banco degli imputati”.

Erbicida di casa mia

Era il novembre scorso quando l’Efsa, acronimo per European Food Safety Authority, l’Autorità europea per la sicurezza alimentare, ha reso pubblica una ricerca nella quale ritiene “improbabile che il glifosato sia genotossico (cioè che danneggi il dna, ndr) o che rappresenti una minaccia di cancro per l’uomo. Un’enorme divergenza di valutazioni con ambienti importanti della comunità scientifica: appena 8 mesi prima l’Agenzia per la ricerca sul cancro dell’Oms (Organizzazione mondiale della sanità), Iarc, aveva classificato come “probabilmente cancerogeno” l’erbicida, mentre 96 scienziati di diversi paesi hanno chiesto al Parlamento europeo di non prendere in considerazione il parere dell’Efsa, risultato – accusano – di un procedimento non trasparente e basato su documenti secretati. Per cominciare, non tutti gli esperti sono stati d’accordo con il parere di non cancerogenicità. Uno di loro si è astenuto ritenendo il glifosato sospetto cancerogeno. Dall’Efsa hanno spiegato che hanno esaminato il pesticida soltanto come principio attivo mentre l’Oms l’ha considerato anche come ingrediente di alcuni prodotti in commercio. Inoltre hanno aggiunto di essersi basati su alcuni studi sui roditori che sarebbero stati assenti dal materiale esaminato dall’Oms. Ma in molti puntano il dito proprio contro quegli studi – mai pubblicati –, accusati di parzialità e, anzi, di essere finanziati dall’industria agrochimica e forniti dalla stessa Monsanto per conto di una rete di industrie, la Glyphosate Task Force. La decisione dell’Efsa si sarebbe basata su una ricerca del Governo tedesco e, in particolare, del Bunderinstitut für Risikobewertung, l’Istituto Federale per la valutazione dei rischi, ricerca adattata da uno studio della Gtf, ovvero dell’industria agrochimica e assunto dall’Efsa senza ulteriori verifiche. Con la società di St. Louis a fare da punto di contatto tra il network di imprese e le autorità di regolamentazione. Richard Garnett, per citare solo il caso più noto, a capo della Gtf, ha lavorato alla Monsanto occupandosi proprio delle procedure regolamentari.

Conflitto d’interesse

Non è la prima volta, del resto, che l’Agenzia finisce al centro di discutibili conflitti di interesse. Due anni fa una risoluzione del Parlamento europeo, a proposito della prevenzione e gestione dei conflitti d’interesse, ritenne “la procedura dell’Autorità per la valutazione di eventuali conflitti d’interesse (…) onerosa e opinabile dando adito a interrogativi circa la sua credibilità ed efficacia”. Il braccio di ferro tra Commissione e Parlamento, dunque, continua. L’europarlamentare Paolo De Castro (Pd-S&D), da parte sua, dichiara di aver «apprezzato la scelta della Commissione europea di posticipare ogni decisione sul glifosato fino a quando non ci saranno ulteriori evidenze scientifiche sugli effetti del suo utilizzo. Rimaniamo in attesa di ulteriori indagini scientifiche – aggiunge De Castro – e, nel caso dovessero emergere potenziali rischi, confermeremo la nostra contrarietà alla proroga del suo impiego». Anche il mondo degli agricoltori non è compatto. «Prima di togliere l’autorizzazione a un erbicida come il glifosato servono certezze scientifiche – commenta il presidente di Confagricoltura Mario Guidi –, altrimenti si crea solo un danno ai produttori e all’ambiente. Sappiamo bene di andare controcorrente ma siamo consapevoli che l’eliminazione del glifosato, non supportata da motivi fondati, comporterebbe l’utilizzo di altre molecole a volte più invasive a livello ambientale, oltre a ridurre ulteriormente la competitività dell’agricoltura italiana. Confidiamo quindi che vi siano valutazioni ulteriori, auspicando il coinvolgimento del comparto agricolo». Mentre altre realtà mettono sotto accusa il modello di produzione e di sviluppo agricolo di cui i pesticidi sono soltanto la parte più evidente.

Fuori controllo

Dal Tavolo delle organizzazioni dell’agricoltura biologica, ambiente, tutela del territorio e consumatori partono all’attacco: «Lavoriamo su due piani, quello europeo e quello nazionale – ricorda la portavoce Maria Grazia Mammuccini –. In particolare, il glifosato nel nostro paese è inserito nel Piano d’azione nazionale per l’uso sostenibile dei prodotti fitosanitari. È importante, invece, che l’erbicida sia tolto dai disciplinari di produzione dei Programmi regionali per lo sviluppo rurale evitando di premiare le aziende che lo utilizzano ». E Daniela Sciarra di Legambiente sottolinea che «il problema è quello di garantire più controlli per la sicurezza alimentare sulla tracciabilità delle filiere alimentari dove viene usato il glifosato». Come gli acquedotti, per esempio, per i quali non esistono norme che rendano obbligatori specifici controlli. Così, può accadere che nelle acque italiane si trovino 224 pesticidi con una “contaminazione diffusa e crescente”, come denuncia il Tavolo che ha dato vita alla campagna #StopGlifosato. Del resto i dati del Rapporto pesticidi nelle acque Ispra 2016 relativi agli anni 2013-2014 dimostrano che il glifosato e il suo derivato ampa sono presenti nelle acque italiane con percentuali, rispettivamente, del 39,7 e 70,9. «È inammissibile un livello di contaminazione di questa portata per una sostanza dichiarata probabile cancerogeno per l’uomo – dichiara Mammuccini –. Tutto ciò rafforza la nostra battaglia contro il rinnovo dell’autorizzazione a livello europeo» mentre l’Associazione – che ha stretto una collaborazione con l’organizzazione on line Avaaz – ha chiesto un incontro al ministro delle Politiche agricole Maurizio Martina per la messa al bando del glifosato, forte di un milione e 400mila firme in calce alla loro petizione. Intanto, appuntamento al 30 giugno, quando il viaggio che porta all’autorizzazione o meno del glifosato terminerà e, se l’autorizzazione al suo uso non sarà rinnovata, decadrà.

Virginia Alimenti 

articolo pubblicato su NUOVO CONSUMO – GIUGNO 2016

 

Ecco chi gestirà l’acqua che volevate pubblica

In Italia un “Frankenstein finanziario” si impadronisce dell’oro blu. E politiche favorevoli gli regalano il controllo dell’intero ciclo…Parola d’ordine, centralizzare tutto nelle mani di poche società, magari anche una sola, su tutto il territorio nazionale, una unica maxiutility, un “Frankenstein finanziario “, come è stato definito, risultato della fusione in un unico soggetto delle odierne ex municipalizzate quotate, un mostro stimato in 18 miliardi di euro di fatturato, 140,000 knm di reti idriche. Chi c’è dietro Acea? E dentro i cda delle principali società di servizi idrici? Quali li scenari dettati dall’economia globale?

Nell’allegato, il servizio completo uscito su Left del 13 giugno 2015. Ma l’inchiesta continua…

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Grecia, problema o incentivo a trovare soluzioni?

Di banalità ne abbiamo lette e sentite in questi giorni. Che la madre di tutti i problemi fosse la Grecia. Prima ci avevano anche detto che la causa dei nostri problemi fossero i mutui subprime Usa. Ora sappiamo che questa crisi è stata causata non per contagio ma da un modello finanziario diffuso che è fallito ovunque e che ovunque ha avuto, in forme diverse, estimatori anche a sinistra, almeno in una certa sinistra. Potremmo definirlo un intero sistema finanzio globale “subprime”.

Il punto è che ora è urgente rispondere alla domanda “Come riformiamo il capitalismo globale”, “Su quali basi impostiamo un nuovo inizio” con due, tre risposte che, possibilmente, evitino di ripercorrere vecchie strade. Certo, audience pochina ma è l’unica via se vogliamo uscire seriamente da questo circolo vizioso. Astenersi da commenti banali e rassegnati. Che il problema non sia di facile soluzione, lo sappiamo già. Nel 1933 un signore che dicono essersi applicato per studiare il problema, tal John Maynard Keynes, ebbe a concludere: “Il capitalismo decadente, internazionale ma individualistico, nelle cui mani ci siamo trovati dopo la (Prima) guerra (Mondiale), non sta avendo molto successo… Ma se chiediamo cosa mettere al suo posto, restiamo estremamente perplessi”. Vediamo di fare un passettino più avanti… Magari potremmo scoprire che la Grecia, più che essere un problema, si rivela un utile incentivo a scoprire soluzioni alternative a una politica economica rigorista pensata secondo parametri dell’FMI e che ovunque sta complicando la situazione invece che contribuire a risolverla.

Buon Primo Maggio. Per cominciare

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Buon Primo Maggio a tutti. A chi un lavoro se lo sta creando, a chi sul proprio lavoro sta scommettendo. A chi un’occasione di lavoro la sta dando, a chi ha un lavoro e a chi vorrebbe un lavoro diverso. A chi il lavoro lo ha perso, a chi l’ha trovato. A chi al lavoro ha rinunciato. O a chi dal lavoro si sta riposando. Magari suo malgrado…

Buon Primo Maggio a un Paese che può rimettersi in gioco, costruire percorsi inediti, può raccogliere una sfida fatta di idee forti, progetti controcorrente, nuove comunità che si incontrano, che può immaginare proposte diverse da prospettare all’Unione Europea per uscire dalla crisi.

Un grande fiume è formato da tanti piccoli ruscelli. Buon Primo Maggio di speranza, fiducia, coraggio, passione. #ilversogiusto #bastacrederci

Italia, con la De Tomaso un altro tassello passa alla Cina

La cinese Ideal, sede operativa a Hong Kong, da oggi possiede il marchio della De Tomaso, produttrice italiana di prestigiose auto sportive.

Il punto non è tanto lo stabilire fino a che punto sia non soltanto giustificabile, ma anche auspicabile, che nella proprietà delle nostre principali aziende entri capitale cinese (e, naturalmente, il ragionamento vale tal quale per altri paesi). O che i nostri più apprezzati gioielli siano acquistati integralmente da capitali esteri. In un’economia globale, lo scenario sarebbe del tutto coerente.

Il punto vero è che questi spostamenti di capitali – per quel che interessa l’Italia – avvengono unicamente, o principalmente, in una sola direzione. Il punto vero è che tutto questo si realizza in un Paese come l’Italia che anche – ma non esclusivamente – in questo aspetto dimostra di avere un governo senza una propria strategia, una propria “vision”, una propria idea di Paese. E questo riguarda proprio il governo Renzi che fin dalla sua nascita si sta autoproclamando del “fare” e del fare “in fretta”. Ignorando quel detto confuciano: “Non importa se stai procedendo molto lentamente; ciò che importa è che tu non ti sia fermato”. L’impressione, però, è che chi guida il nostro Paese stia correndo sopra uno di quei tapis roulant che siamo abituati a vedere nelle palestre: si corre, si corre … ma si resta inesorabilmente fermi….

We need to rethink the paradigm of our streets

“If we think of a city, all cities around the world, there’s an area that is established for buildings– usually about 45% to 50%– and then the rest of the 50% is open space. Of that 50%, traditionally about 15% or so is public open space. And the remaining 35%, as was discussed earlier, is for cars. There’s an enormous amount of area in cities that is dedicated to freeways, roads, all sorts of different activities around cars parking. Really we need to rethink the paradigm of our streets in order to understand how our cities will be more liveable and dealing with that open space”, Prof. Diego Ramirez-Lovering said. Prof. Diego Ramirez-Lovering is Head of the Department of Architecture at Monash University.

Ripensare le città, ridisegnare le strade. Italia: workshop tanti, fatti pochi

Ripensare le città. Si, e con esse non soltanto il modo di abitare, anche le strade. Il che significa, però, non soltanto sviluppare modelli diversi di città da realizzare oggi. Vuol dire, soprattutto, trovare il modo di realizzare città sostenibili partendo da quanto abbiamo realizzato fin qui.

Molti esempi nel Nord Europa, Canada, Stati Uniti, modelli interessanti e innovativi ai quali si sta lavorando in Cina e in Marocco. Con un volano di occupazione al seguito per tacere delle ricadute positive anche sul turismo.

Italia? A parte qualche esempio raro, un gran fiorire di convegni, seminari, mostre itineranti. Insomma, tante chiacchiere anche se innovative…. e, a volte, con un cospicuo giro di soldi intorno. Peccato: un’altra bella occasione sprecata.

Italia, mille fallimenti al mese nel 2014. Segnali di ripresa?

#Matteobastachiacchiere. Con circa mille fallimenti al mese nel periodo gennaio-maggio 2014 (pari a un aumento del 18,9% rispetto all’anno precedente), l’economia italiana ha ben poco da sorridere. I dati sono il risultato dell’elaborazione effettuata dall’Ufficio Studi della Camera di Commercio di Monza e Brianza su dati del Registro Imprese CGIA, elaborazione che fa rilevare come, in soli cinque mesi, sono state 6.342 le aziende che in Italia hanno chiuso i battenti. Se l’Abruzzo fa segnare il picco più elevato con il 67,1%, nel Lazio le cose non vanno meglio con 652 imprese fallite nello stesso periodo, pari a una percentuale del 9,6 e facendo registrare il numero più elevato in cifre assolute di aziende che si sono arrese davanti alla crisi, dopo la Lombardia con 1.404 imprese (di cui 593 soltanto a Milano) e una percentuale del 15,9.

La realtà è che questo governo – che ha sicuramente il pregio della serietà rispetto a quanto ci eravamo abituati a vedere nelle passate legislature con il centrodestra – non sembra proprio all’altezza della situazione: proposte da permanente spot elettorale, approccio superficiale alla crisi, assenza totale di una visione e di una conseguente idea di futuro su quello che dovrà essere l’Italia di qui ai prossimi trenta-cinquanta anni. No, non è davvero una questione di ricambio generazionale, a meno di non voler nominare ministri i nati nel 2000…. Più che aver rottamato la casta, è stata rottamata la speranza. Al netto di alcuni provvedimenti presi pur positivi ma del tutto insufficienti (per scelta politica, non per scarse risorse), l’Italia merita davvero di più.

CONSIGLIO DI STATO SU EMIRATES

Via libera alla compagnia aerea Emirates per la tratta Milano Malpensa – New York per i prossimi 18 mesi. Lo ha stabilito la quarta sezione del Consiglio di Stato con una sospensiva di cui lo stesso Consiglio di Stato ha dato notizia oggi.

In particolare, si legge nella nota i giudici di Palazzo Spada hanno “sospeso l’esecuzione di due sentenze del T.A.R. del Lazio (sezione terza ter, n. 3918 e 3919 del 10 aprile 2014) che avevano annullato l’autorizzazione rilasciata dall’ ENAC – Ente nazionale per l’aviazione civile (del 5 marzo 2013, su parere conforme del Ministero delle infrastrutture e dei trasporti dell’ 11 gennaio 2013) con cui erano state concesse provvisoriamente alla compagnia aerea Emirates sette nuove frequenze di volo sulla nuova rotta Dubai – Milano Malpensa – New York per un periodo di 18 mesi.

La decisione arriva dopo che l’esecuzione della stessa sentenza era stata provvisoriamente sospesa dal decreto del Presidente della IV Sezione (appello depositato il 12 aprile; decreto del 14 aprile). Ora, a seguito dell’ordinanza favorevole, assunta collegialmente dalla Quarta sezione, Emirates potrà continuare a esercitare la tratta Milano Malpensa – New York fino al momento della decisione definitiva nel merito.

Il Consiglio di Stato, pur nelle forme di una decisione cautelare necessariamente limitata dai tempi ristretti e dall’esame dei soli aspetti più rilevanti, ha ritenuto che l’attività di Emirates possa proseguire, perché ha considerato prevalente la tutela del danno ricadente sul vettore aereo, con evidenti influenze anche sugli interessi pubblici, rappresentati dal Ministero delle infrastrutture e dei trasporti, da ENAC, da SEA s.p.a., dal Comune di Milano e dalla Regione Lombardia, e su quelli collettivi dei consumatori, anche alla luce dell’art. 19 comma 5 bis del decreto legge 29 novembre 2008 n. 185”.